Me la suono e me la canto!

Me la suono e me la canto!!!
Ehi, avete perso la strada per arrivare al cafè? se è così non risponderete nemmeno a questa ennesima mia! Question
Avevo pensato di scrivere il 3, nel secondo triste anniversario, ma un po’ la malinconia e un po’ la fredda decisione di rompere una facile prassi celebrativa, non ne ho fatto nulla.
Qualcuno, privatamente, mi ha anche ricordato che un sito non può rimanere vivo solo con pezzi sostanzialmente funebri o tutti rivolti al passato. Se lo spettacolo deve andare avanti, occorre che gli attori si rimettano in scena!

Ma sembra che solo il Presidente avesse l’autorevolezza di far marciare la compagnia recitando ognuno il proprio copione. Adesso, restano le sporadiche apparizioni di un oste che ha quasi esaurito le scorte di cabernet e di prosecco. Le idee, ammesso che si potessero così definire, le ha smarrite magari a causa del troppo vino e con la mancanza di stimoli. I monologhi sfiancano anche il monologante. In mancanza di viaggi reali da raccontare e persino di progetti e sogni da sognare, non si può (l’oste non può) continuare.

Sempre quel qualcuno mi chiedeva se non fosse il caso allora di chiudere il caffè.

Avevo risposto di no, sull’onda del titolo di un album di Fabrizio De Andrè “in direzione ostinata e contraria”. Solo che, se si è fermi, non ci può essere una direzione; ci vuole movimento per andare da qualche parte, contraria ed ostinata, ma anche solo ostinata o solo contraria. Potrebbe bastare anche una direzione allineata e accondiscendente…

Quest’oste prenderà, quindi, seriamente in considerazione il suggerimento e ne parlerà con Marcello che, concretamente, è il buon amico che sta sostenendo il peso economico e tecnico di tenere aperto il Cafè.

Oggi, già che ci sono, ne approfitto per togliere le ragnatele che si sono adagiate negli angoli, le “scarpìe” come si dice in lingua veneta.
Che il 2015 ci porti consiglio…e che la compagnia delle sabbie non si sciolga definitivamente.

Il Presidente non so come la prenderebbe Grin

2 pensieri su “Me la suono e me la canto!

  1. Ogni tanto vengo qui e mi si stringe il cuore: chissà come s’incazza il vostro presidente, fossi in voi non starei tranquilla a lasciar morire così questa sua creatura. A me per una volta non avrebbe nulla da dire o almeno spero: in vita non mi avrebbe permesso di sciorinare in pubblico i nostri panni, sporchi o puliti che fossero, invece io l’ho fatto parecchie volte su questo blog di amanti del deserto da quando lui se n’è andato nelle regioni spirituali della pace. Oggi compirebbe 59 anni. Ne aveva 24 quando ci siamo conosciuti e innamorati in quel di Bovalino, cuore verde della Locride, buco nero della N’drangheta. Io avevo i capelli lunghi, ricci e ramati, lui era solo più magro e atletico di quando l’avete conosciuto voi. Al ragazzo che avevo inutilmente corteggiato per i primi tre anni di università e che prima delle vacanze mi aveva detto “se ti raggiungo in Calabria, hai vinto tu, ci mettiamo insieme e vieni in America con me, altrimenti amici come prima”, lasciai una lettera che cominciava come Via col vento, cambiavano solo i nomi: “Peter Komanns non era bello, ma raramente la Fedi se ne accorgeva quando lui decideva di attirare la sua attenzione”. Il signor 60 e lode (così lo chiamava il Komanns con un disprezzo degno di miglior causa) mi ha presa per i fondelli per anni per quella lettera che lesse mentre io facevo le valige per tornare da Peter: ero partita da Tropea per fare un week end a casa di Gaetano Ruffo ed ero lì ormai da 10 giorni con una mutanda addosso e l’altra al fosso. Insomma decisi di tornare a riprendere le mie cose e solo in quel momento mi ricordai del patto fatto con il signor 60 e lode. L’avevo aspettato invano per la prima settimana di vacanza, conoscevo l’orario di tutti i treni che passavano da Tropea, proprio per questo la mia amica Maria Grazia aveva deciso di trascinarmi con sè a Bovalino eppure a metà agosto non m’importava più niente di lui e delle sue menate: ero cotta come una mela al forno di quel difficile genio mezzo tedesco e nato a Napoli. Gli raccontai tutta la dolorosa historia di quell’amore a senso unico nato sui banchi di Biologia dove mi ero iscritta in stato di ubriachezza molesta perchè il mio livello mentale scientifico è più o meno quello dei minerali. Peter mi disse che conosceva benissimo il tipo in questione: aveva studiato come lui al Leone XIII, dove per altro si sono diplomati quasi tutti i maschi che ho conosciuto e frequentato dai 15 ai 25 anni, compresi i miei due cugini-simil-fratelli. Mi disse anche di partire perchè non ne poteva più delle mie lagne sui vestiti e le scarpe che avevo lasciato a Tropea, ma guai a me se non fossi tornata il giorno dopo, sarebbe venuto a cercarmi ovunque facendo un occhio nero a qualunque maschio dai 9 ai 90 anni che respirava accanto a me. “tanto non verrà” gli risposi con la soave crudeltà dei miei vent’anni. Invece nel cuore della notte me lo trovai davanti e non ho pensato nemmeno per un minuto di mollare Peter e mettermi con lui: era finita di colpo così come era cominciata. Nel tragitto tra la stazione di Reggio Calabria e Bovalino lo raccontai al Komanns, dicendogli anche che mi sentivo strana ma felice: avevo fatto la mia scelta, niente poteva farmi cambiare idea. Lui ci provò subito dicendo che non ci saremmo mai sposati “la legge mi protegge” diceva “ho già una moglie”. Soprattutto mi disse che non voleva figli, per nessuna ragione al mondo: sarebbe morto a 57 anni come suo padre, non avrebbe inflitto lo stesso dolore a nessuno. “Figurati – gli risposi – perchè dovresti morire così giovane? E poi neanch’io per ora voglio sposarmi e avere figli, ne parliamo a tempo e luogo debito”. Le cose sono andate come sappiamo, è morto esattamente come suo padre a 57 anni o giù di lì. La nostra storia ha segnato entrambi per sempre, ci eravamo trovati e non dovevamo perderci, ci siamo presi e mollati tre volte per motivi talmente stupidi che mi vergogno a parlarne. L’ultima volta l’ho mollato io mandandogli un telegramma con una sola parola: Atacama. Lui mi cercò per mari e per monti per farsi dare una spiegazione, ma io ero irreperibile: dormivo a casa dei miei genitori e passavo le giornate in ospedale con mia madre che aveva subito un intervento pesantissimo per salvarsi dal tumore. Una sera sono passata a casa mia per bagnare le piante e prendere un cambio di biancheria, suona il telefono, io rispondo e lui tuona nelle mie orecchie “Cosa vuol dire Atacama?”. Risposi “Deserto del Cile, il più arido della terra, non ci piove da 400 anni”. Riattaccai e non ho più saputo niente di lui fino all’anno dello tsunami, quando nelle prime liste dei dispersi diramate dalla Farnesina risultava un tedesco nato in Italia. Non so che fine ha fatto quel poveretto, ma se l’hanno ritrovato lo deve al Komanns: pensando fosse lui ho fatto il diavolo a quattro per rintracciarlo allertando tutte le unità di soccorso possibili e immaginabili. Nel frattempo mi sono messa a cercare notizie in internet trovando voi che all’epoca non eravate tanto silenziosi e forse neppure dotati di blog ma scrivevate un sacco dei vostri viaggi e dell’amore che condividete per i deserti. Mi tornò in mente il telegramma e tutto il resto: un mare di emozioni in grado di travolgermi come due tsunami. Ho tenuto tutto a bada, non so nemmeno io perchè, me lo sono chiesta milioni di volte. Comunque il destino mi ha fatto un grande regalo, facendoci incontrare di nuovo sei mesi prima della sua morte. Riposa in pace Komanns, sei stato grande in tutti i sensi

    • cara Daniela, quel gran bel testone-testardo di Peter non è mai morto completamente. Vedi, a due anni e mezzo, è vivissimo nel tuo cuore ed anche nel mio. Di sicuro anche in quello di Marcello; e di Manu. Chi leggerà si aggiungerà e non penserà che se non l’ho nominato sia perchè dubiti del loro affetto. E’ una specie di prova. Del resto era Peter stesso che ci metteva continuamente alla prova, teneva le redini del clan, alternando carezze e scappellotti. Più di qualcuno se n’era risentito, ma solo gl’imbecilli e i vuoti di testa e nel cuore l’hanno dimenticato. Del resto cosa c’era da aspettarsi? Chi non sa vedere oltre il proprio naso, di fronte alla montagna vede solo un muro, la cime gli sfugge…
      Quest’anno non abbiamo festeggiato assieme il suo 57° ed anzi, come uno scherzo, il destino ha voluto che in concomitanza vi fosse l’asta dei suoi beni. Quelli, pochi, che erano rimasti dopo la depredazione avvenuta nell’appartamento dove stava. Solo Marcello si è presentato nel caldissimo pomeriggio monzese dove veniva bandito il lotto Peter Komanns. Solo Marcello ha tentato una partecipazione contro gli avvoltoi abitudinari di questo luogo dove si celebra un rito asettico di spartizione di beni e cose dalle origini più svariate. Ma quel giorno v’era un mucchietto di oggetti pieni di storie e provenienze estremamente più preziose del loro valore di battuta.
      Un miscuglio di cose, la rimanenza di un catalogo selvaggiamente depredato dei suoi pezzi migliori, nel senso del valore emotivo e storico degli stessi. Chiunque li abbia rubati non sa e non saprà mai cosa si è perso nel non saperne il tragitto che han percorso per finire alla corte di zio Peter. E che la sua maledizione li trasformi in oggetti vudu. Quel 18 luglio, l’asta, già triste di per sè, si è dissolta in atto sbrigativo e cumulativo: l’intero lotto aggiudicato in un sol colpo! Come se tutte quelle cose potessero essere unite da un filo comune, per il solo fatto di essere l’eredità postuma di un senza eredi nè parenti, di un tal Pietro Komanns deceduto il 3/01/2013!
      E un ignaro, quasi, venditore di oggetti se li è aggiudicati senza contrasto, impedendo che almeno si potesse ribattere colpo su colpo, pezzo su pezzo, amplificando il significato di ogni oggetto. Ho scritto significato, prima che valore!!! Che almeno si fosse sentito nominare l’oggetto, uno ad uno!!! Che almeno attraverso Marcello se ne potesse vedere aumentato il valore! Prima della sua rivendita, anonima, in una bottega, dignitosa, per carità…ma sarebbe stata un’altra storia.
      Certo, e qui lo spirito di Peter ci ha rimesso lo zampino ! La figlia di colui che si è aggiudicato il lotto, sensibilizzata da Marcello, si è avvicinata alla figura di questo fantastico individuo e non ha potuto che rimanerne colpita. Ha fatto un giro su questo sito ed alcuni oggetti sono stati tolti dalla sua vetrina e così io ho potuto recuperare tre cose: una penna stilo, una biro e un orologio.
      Con quella stilo prometto che scriverò ogni pensiero che sia appena più importante della spunta o di un “mi piace” su un social.
      La biro, c’è giusto lo spazio sul comodino, accanto ad una cosa che solo Paola sa e che non posso scrivere qui…
      L’orologio porta il marchio E. Marinella! Come segna tempo i pareri tecnicamente tendono al medio, mediobasso. Ma a me mica serve una roba per sapere che ora è. Marinella è un simbolo napoletano, certo per le sue cravatte che forse aveva Peter o forse no, visto che non era il suo stile di abbigliamento. Le cravatte, a suo dire, avevano la tendenza ad intromettersi tra la bocca e il sugo; per questo probabilmente scelse un orologio. Che non portava al polso, perchè quello era il suo filo temporale con l’infanzia e l’origine napoletana. Chissà! Preferisco immaginarmelo come il regalo di prima comunione (sempre che gliel’abbian fatta fare!). O come uno di quegli acquisti che lui faceva sempre per una ragione speciale! Lo riporrò accanto al mio Breitling che non porto mai perchè è un dono che ho avuto dalla persona amata con significato simbolico di durata temporale. E non deve sciuparsi. Si faranno compagnia, nel cassetto, raccontandosi le storie che hanno visto dipanarsi accanto. Ecco! Non avevo certo bisogno di avere delle cose di Peter per ricordarmi di lui; però, sapere che almeno queste non finiranno chissà dove e con chi, lui ne sarà felice.

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