L’angolo di Peter

Un bar si sa è un “locale pubblico”. Cioè un posto che è di tutti, e dove tutti, se non c’è un cartello ben in evidenza con scritto “Privato”, possono scegliere dove sedersi e con chi (sempre che ci sia posto!!!).

Il “Cafè du desert”, essendo dislocato in un posto non molto frequentato, all’ombra della grande duna e all’incrocio di piste sempre meno frequentate, vuoi per i timori che le recenti rivoluzioni gelsominiche hanno suscitato negli ardimentosi viaggiatori post-moderni, vuoi per i morsi della crisi che stanno tagliando anche i panettoni natalizi, mantiene la porta-che-non-c’è e i suoi 4 tavoli e le sue 16 sedie spaiate.

Ci sono anche degli sgabelli, costruiti artigianalmente dal cugino di Ahmed, il caposala (autonominatosi ora indaffarato in traffici non sempre leciti, ehm, le turbolenze ambientali fanno emergere di queste cose) addossati al bancone dove l’oste, in verità, non ha più molto da fare se non ripassarne ritualmente la superficie dalle immaginarie gocce  e dai cerchi lasciati dai bicchierini del thè.

Si ricorda bene, l’oste, che fino ad un anno fa, appena dopo l’apertura del locale, cioè appena il sole scavalcata la cresta della grande duna, inondava il locale entrando dalla porta-che-non-c’è e lanciava una lama di luce su “quel” tavolo. “Quel” tavolo che, spesso era già occupato dalla presenza del Presidente, notoriamente slegato dalle scansioni temporali dei comuni mortali, per cui il giorno era notte e la notte pomeriggio o mattino, non importa…

“Quel” tavolo, nell’angolo a sinistra per chi entra, lo riempiva tutto con la sua mole e a fatica ci poteva appoggiare sopra un  caffè un’altra persona, poichè c’erano i suoi due-tre telefoni, le chiavi della Lizzy, le arance o i datteri che gli procuravo io, se stagione….

Ora, ho deciso che “quel” tavolo verrà ritirato dal normale e “libero” utilizzo degli avventori-avventurosi; un pò come si fa quando muore un campione sportivo, uno vero, e la sua maglia e il suo numero non potranno più essere indossati  da altri, poichè nessuno potrà prenderne il posto.

E Peter, campione lo era, non provatevi a contraddire l’oste!

Uno che di battaglie ne accendeva una al giorno, anche con se stesso, le vinceva e le perdeva, ma sempre con la classe del campione.

Quindi, d’ora in avanti, a quel tavolo potrà sedere solo chi avrà qualcosa da scrivere e da dire su di lui; l’oste intende così cominciare a raccogliere il maggior numero possibile di ritratti, aspetti, ricordi, episodi che lo riguardino.

In quell‘angolo e a quel tavolo, insomma, l’oste intende ricostruire la biografia, scritta a cento mani da tutti quelli che, nel bene o nel male, hanno avuto la fortuna di incrociare nel Peter Komanns, tetesco di Napoli, brianzolo per caso e africano per scelta.

Per cominciare, questa mattina è entrata e là si è seduta Daniela, e questo è il primo ritrattino che inaugura quella che l’oste spera possa divenire una lunga raccolta in grado di dare un’idea di quanto complessa fosse la personalità di Peter, il nostro “capitano”!

3 pensieri su “L’angolo di Peter

  1. Sì a tutto: al locale, alla presenza del Komanns, ai vari progetti (visita a Vimercate, viaggi, pozzo di Peter) e anche all’avvocatessa emotiva che inizialmente mi ha dato sui nervi (“gelosia retrospettiva?” chiede una voce beffarda con la erre moscia in un angolo molto segreto di me) ma alla fine mi è sembrata la manna dal cielo: almeno abbiamo una mezza opportunità di salvare qualcosa. Faccio molta fatica ad accettare questo feroce destino che Peter si è imposto Dio solo sa perché. Domenica mentre ascoltavo i discorsi dell’avvocatessa e poi di Manuela sulla sua casa, ripensavo alle varie case in cui sono stata con lui. La prima, quella di Varese, era praticamente un deposito delle cose provenienti dalla villa di Porto Ceresio in cui era andato ad abitare dopo il matrimonio. Mi ci portò il primo week end del settembre 1980, dopo l’estate in cui ci siamo conosciuti a Bovalino, cuore verde della Locride. Abitavo ancora con i miei, nella casa in cui vivo tuttora e che all’epoca era tenuta a specchio da mia madre e dalla sua mitica colf Celestina, detta “la Selvaggia” perché aveva osato passare lo straccio con il Vetril sui miei dischi dei Pink Floyd. Per cui entrare nell’appartamento del Komanns fu uno shock senza confini. Tentai subito di aver ragione del casino con una serie di mosse furbe tipo: fingere di rovesciare una tazza di caffe’ sul letto per cambiare le lenzuola, chiudermi in bagno e ripulirlo da cima a fondo usando il mio shampoing al posto del Vim e infine attaccare virilmente la cucina mentre lui portava la macchina Carolina dal meccanico e poi andava a far la spesa. Cominciò così quello scontro ideologico che alla fine ci ha logorati. Io lo accusavo di essere “Entropia, lo stato di massima disgregazione molecolare, un disordinatore nato”. Lui diceva che avevo la sindrome del procione, stupido orsetto lavatore che spreca il suo tempo a spostare le cose da una parte all’altra. Ricordo bene cosa mi rispose quella sera quando gli ho chiesto se c’erano due piatti e due bicchieri dello stesso tipo per apparecchiare la tavola: “No, fanno troppo famiglia”. E’ stato il suo grande problema per tutta la vita: desiderare disperatamente la famiglia che aveva perso troppo giovane e con tanta brutalità, ma non volerne accettare le regole. Voi siete stati l’unica famiglia che abbia riconosciuto e da cui si sia sentito comunque accettato. Con voi aveva trovato quel che nessuno era riuscito a ridargli dopo la morte dei suoi genitori: il senso di appartenenza. Dovete esserne fieri perché non era affatto facile e certe cose si possono costruire solo con tanto, tantissimo amore. Siete delle persone speciali. Comincio a pensare che il deserto vi attiri tanto perché anche lui ha bisogno di compagnia e calore umano….
    Buone feste a tutti e ancora grazie di cuore per tutto

    Daniela

    Tanti bau affettuosi

    Pardo

    • Appare “osteumbi” come autore del post, ma in realtà è di Daniela, come risulta poi dalla firma in fondo al pezzo; ciò è dovuto al fatto che è arrivata di corsa come suo solito, tra un aereo per New York e una sfilata a Tokio, si è seduta meno di un minuto a “quel” tavolo per sentire la sua presenza e mi ha lasciato lo scritto da postare! Grazie. Già che ci sono: per aiutarvi a scrivere nel posto giusto, quando volete farlo, aprite “Nuovo articolo”, poi, prima di premere il pulsante “pubblica” cercate nella tendina “Categorie” quella che ha titolo “L’angolo di PETER”, mettete lì la spunta e poi potete cliccare su “Pubblica”. In caso di ripensamenti e/o modifiche, c’è la possibilità di farlo con l’apposito pulsante.
      Ricordate: questo blog è stato ideato e costruito da lui! C’è tutto quel che serve per divenire tecnologici…pian pianino progredisce persino l’oste!

  2. Ricevo e volentieri, pubblico (come si scrive sui veri media) questo ricordo di Daniela.

    La seconda casa in cui sono stata con il Komanns si chiamava “casetta”. È stata l’unica casa che abbiamo condiviso davvero, fatta e disfatta insieme. Era una delizia, messa su con niente, ma talmente bene che finì fotografata su Lei, il giornale concorrente a 100 cose, la testata in cui all’epoca lavoravo o meglio facevo il praticantato: i 18 mesi da schiava prima dell’esame di Stato a Roma. Ho conservato per anni la copia della rivista, ma nell’ultimo traumatico trasloco è andata persa. Si vede che era destino. Abbiamo affittato casetta perché io ero letteralmente terrorizzata dalle sue trasferte notturne tra Milano a Varese. Bastava un filo di nebbia, oppure un po’ di ghiaccio per farmi passare la notte in bianco a chiedermi “sarà arrivato sano e salvo oppure si è schiantato in autostrada?”. Non sono un tipo ansioso e tantomeno appiccicoso, ma due anni prima avevo avuto uno shock: una sera ho salutato un amico d’infanzia sulla porta di casa in montagna e il giorno dopo al telegiornale ho visto la sua macchina accartocciata dentro un tir. Insomma gli “menavo il torrone gufando” (parole sue) contro i suoi viaggi per tornare a casa dopo il cinema, le partite a carte oppure i tornei di Risiko (il suo grido di battaglia era: “Lurida bara, non avrai la mia Kamtchatka”)in un locale che si chiamava La lepre di marzo ed era una specie di circolo per appassionati dei giochi da tavolo. Roba d’altri tempi, più divertenti di questi. Ogni tanto andavamo anche a cena con gli amici nei nostri ristoranti preferiti (la Rondine di via Spartaco e una pizzeria di cui non ricordo il nome in via Mercato) insomma facevamo un’intensa vita “mondana” che io mi potevo permettere perché guadagnavo poco ma vivevo ancora in famiglia, mentre lui aveva ancora la radio e qualche soldo del patrimonio ereditato dai suoi. Una sera Carolina ha fatto un testa-coda sul ghiaccio e solo per miracolo non si è sfracellato sul guardrail. Finalmente si è arreso: affittiamo una cosa che è troppo pomposo chiamare casa, perché uno ci dormirà qualche notte infrasettimanale, l’altra ci andrà di giorno a scrivere o studiare e insieme ci passeremo i weekend. Casetta misurava in tutto 30 metri quadri: due stanze con altrettante finestre e il bagno sul ballatoio. Era la tipica casa di ringhiera milanese, ci costava d’affitto meno di 100 mila lire al mese comprese le spese. Aveva un armadio vecchissimo, una scrivania, una rete sfondata con sopra un materasso fortunatamente nuovo e quattro sedie di ferro da giardino. L’idea per arredarla un po’ meglio ci è venuta da lì. Per coprire il pavimento francamente orribile abbiamo comprato dei blocchi di quella finta erba che di solito si usa per nascondere un buco nel prato oppure la botola del gasolio in giardino. Costava molto meno di una moquette, stava benissimo ma non era il massimo della comodità. Ho imparato delle parolacce meravigliose assistendo ai risvegli del Komanns che scendendo dal letto si pungeva i piedi con gli spuntoni di plastica del nostro prato virtuale. Un giorno hanno suonato alla porta mentre lui sacramentava e per non scandalizzare la portinaia si è limitato a grugnire: “Zio verde vai a fare il purè”. Lei non si è mai più ripresa dalla sorpresa. Io neppure. Una notte siamo andati a rubare una panchina al Parco Sempione. Divenne il nostro divano. Da un set fotografico portai via la sagoma di un albero in legno con grossi pomelli rossi al posto delle mele: un attaccapanni perfetto accanto alla panchina. Da un’amica con la passione per il bricolage ho fatto tagliare delle sagome a forma di rondine, nuvola o casina che poi abbiamo appiccicato sull’armadio dipinto di azzurro cielo. Quindi abbiamo trovato uno sgangherato tavolo da giardino da abbinare alle sedie. La credenza era un reperto proveniente dalla cantina di mia nonna, mentre la pedana messa sotto al materasso invece della rete, era un supporto (purtroppo triangolare) dei proiettori costruiti da mio nonno. Chi dormiva dalla parte del letto opposta alla parete (di solito lui) si ritrovava con i piedi nel vuoto sul lato corto del triangolo. Alla fine abbiamo rubato una serie di mattoni da un cantiere costruendo una specie di traballante muretto che crollava ogni due per tre. E anche in questo caso le esclamazioni del Komanns erano molto colorite. Io adoravo casetta, lui la trovava troppo bohemienne ma in fondo non era la sua vera casa: era il posto in cui giocavamo come due bambini alla casa sull’albero. Un brutto giorno dopo circa un annetto di assoluta beatitudine me lo son vista arrivare con armi e bagagli. Aveva perso tutto: la casa di Varese, la radio, perfino i mobili. Non mi ha mai spiegato bene ne come né perché, ma gli erano rimasti solo i suoi effetti personali tra cui il computer e una maledetta stampante ad aghi: gli oggetti con cui avrebbe iniziato la sua nuova attività. Casetta divenne un casino. Quando mi lamentavo perché nella mia macchina per scrivere trovavo i suoi calzini e la stampante ad aghi vomitava carta a getto continuo oltre a fare un rumore del diavolo, mi rispondeva infuriato: “Ok, vado a dormire dentro Carolina, tanto ormai è l’unica casa che ho”. Fu molto pesante ma avevamo vent’anni e a quell’età hai la forza di un leone. Peter cominciò a lavorare come un pazzo giorno e notte. Uscivamo poco e non riuscivamo più a giocare: nella “casa sull’albero” d’inverno si gelava e d’estate faceva un caldo infernale. Per tenermi buona mentre lui lavorava mi faceva leggere milioni di libri e tutti i giornali di questo mondo. Aveva deciso di farmi diventare una brava “giornali-stessa” (parole sue). Credo ci sia riuscito, ma quando passo sotto il portone di via Ascanio Sforza 55 oppure guardo l’unica cosa che mi sia rimasta di casetta (un servizio da caffè con le tazze a forma di vaso da fiori e la caffettiera fatta come un annaffiatoio) ancora oggi sento una stretta al cuore.

    PS dell’oste:
    che bello! Me l’immagino il Komanns che arriva con la Carolina piena delle sue cose e dice “Voilà, finalmente mi son liberato della mia vita precedente e adesso ricomincio da zero!”. Costruire è stato un suo dono: ci sono poche persone, fatto 100 il totale, che hanno questa capacità. Provare, sbagliare, ricominciare, non cedere, insistere, riuscire. E poi daccapo! Così era lui. Grazie Daniela, ogni tanto facci un regalino con uno di questi amarcord.

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