Dei nostri tre gatti, due gatte e un gatto, “lui” che pesa sette chili ed ha la pelliccia del colore leonino è quello più tremebondo. Basta il suono del campanello  e lo vedi schizzar via alla ricerca di un rifugio antiuomo.

Quella mattina di un sabato di giugno, ad inizio estate, la fuga di Aziz al primo squillo mi fece emettere il solito commento al suo “coraggio” e mentre lui si rintanava in camera da letto sotto il copriletto, io andai sul balcone per vedere chi fosse.

Davanti al cancello un enorme sagoma nera, con tanto di casco integrale, nero, stava ritta impalata. Se non era Dart Fener, poco ci mancava. In quel momento ho dato ragione al mio gatto.

Un omone di 1 metro e novanta e anche anche mi fissava e quando decise che il mio silenzio era il risultato da lui sperato, cioè lo sbigottimento, si aprì in una risata poderosa e lo sentii dire”Allora, presidente, lo apri questo cancello o lo devo buttare giù io?”.

Diavolo di un Peter. L’avevo mica mai visto nella tenuta da raduno degli elefanti! Poco dietro la sua sagoma, una BMW da strada, forse un K 1000 o 1200, non ricordo, non son ferrato nel genere, stava a complemento dell’apparizione.

Non so come aveva fatto ad infilarsi quella tuta di pelle, aderentissima, ma era lì e quindi ce l’aveva fatta.

Ci siam seduti in giardino e gli ho detto se voleva liberarsi da quella morsa ma mi rispose che sarebbe stato poi problematico rimettersela, e ci credo io! Cominciò a slacciarsi la parte superiore e allora mi accorsi che era una giacca, ma così aderente che l’avevo scambiata per tutto un pezzo. Tolta la giacca-giubbino, rimase con una specie di “tuta” senza maniche, con pettorina e bretelle e sotto una maglietta bianca un pò inzuppata di sudore. “Vuoi una maglietta pulita?” gli dissi ma lui, alzandosi lentamente, mi lanciò un’occhiata di commiserazione, credo, e poi lo vidi dirigersi verso la BMW, aprire una delle due borse rigide agganciate alla sella e trarne fuori alcune magliette. Sempre organizzato il Presidente! Ho tirato fuori dal frigo che tengo anche in garage un prosecco dei miei, un no-logo, perchè lo prendo da un vinicultore di Arfanta (e chi se ne intende sa di che zona parlo! Wink) ma lui mi bloccò “presidente, dammi una roba da uomini, quel cabernet di cui scrivi sempre sul forum”. Non che il prosecco sia roba per altri generi, sia chiaro, almeno io questo lo sosterrò fino alla morte (si fa per dire) e poi mi pareva che alle 11.00 del mattino un prosecchino ci stesse bene, ma ogni desiderio del Presidente era per me un ordine, quindi, cabernet sia e cabernet fu! Spero abbiate notato la sfumatura: la parola “presidente” ha la minuscola quando si riferisce al sottoscritto e la maiuscola quando è per Peter. Era un convenevole che usavamo tra noi, io per il fatto che nel periodo ricoprivo la carica a livello regionale dell’UISP.

L’aperitivo a base di cabernet aprì il capitolo “pranzo”; che si fa? dove si va?. La giornata era bellissima, il cielo sembrava uno di quelli che sono soliti sopra il Cafè du Desert, zero nuvole e temperatura da ottobre a Douz! Allora ti porto a mangiare bene in collina. Dai monta in macchina che si va, partiamo subito e alle dodici e mezza siamo sotto la pergola della “Baita”. “Ma neanche per sogno in macchina. Ti vengo dietro in moto!” OK, in effetti dentro un auto con quella tuta addosso mi arrivava che era cotto!.

La “Baita” è uno dei locali storici del Montello, collocato sulla dorsale, la strada preferita dalle migliaia di ciclisti che la frequentano in ogni stagione. In quelle belle occorre stare veramente attenti perchè sciamano a frotte e spesso invadono la mezzeria altrui e rischi di trovarteli sul cofano a sbaciucchiarti il parabrezza. Qualche anno fa il locale era rustico, come il nome, poi interventi di ampliamento e cambiamento negli arredi ne hanno snaturato il senso. Però si continua a mangiar bene. I prezzi? col cambio di avventori sono saliti di un tot, c’è anche la carta dei vini, inequivocabile segno del cambiamento di rango.

Ci siamo seduti all’aperto, sotto il pergolato, anch’esso ristrutturato e dotato di vetrate per le mezze stagioni. Menù tipico del Montello a base di funghi, per lo più d’importazione. Anni fa, quando ero piccolo, quindi parecchi, il bosco del Montello, già famoso per i legnami destinati alla Serenissima, era zeppo di chiodini e altre specie. Poi, una raccolta stra-intensiva e non regolamentata, lo hanno spogliato. I maligni dicono che la colpa sia dei “veneziani” che la domenica invadevano le sue “prese” (le strade che lo attraversano in direzione nord-sud e costruite dai veneziani, quelli della Serenissima, però, per trasportare i tronchi fino al Piave che scorre ad est dello stesso) e riempivano cesti e cesti di funghi. Credo che non siano stati gli unici e che anche altri “provinciali” ne abbiano abusato. Tant’è, adesso rimane la tradizione fungaiola a tavola e non domandarti da dove provengono; di soliti sono buoni. Abbiamo chiacchierato  e mangiato, riso e bevuto, ci siamo alzati da tavola tra gli ultimi dopo essere stati tra i primi a sederci. Abbiamo preso la strada di casa, io che guardavo più nel retrovisore per controllare che il Presidente non ondeggiasse troppo col K 1000 (o 1200?) , ma la prua era sempre ben allineata e perpendicolare all’asfalto.

Non so se avete presente cos’è una moto BMW 1000-1200! Una roba su cui un comune mortale rischia di sparire sotto il cupolino o, almeno, di sembrare un bambino in carrozzella. Bene: Peter sembrava un uomo a cavallo di un triciclo…e poi con quell’aria da Dart Fener ai comandi dell’astronave…

Ci siamo rimessi sotto il mio modesto porticato con davanti un grappino, che la digestione era ancora da compiersi del tutto e tra una chiacchiera e l’altra, quasi tutte sul tema “Saharaland”, slow travel e qualche frecciatina a questo e quello che si credono i veri, unici, interpreti dell’andar viaggiando per i deserti, si fece sera. Non come luce ma come orario perchè il Presidente aveva già anticipato che voleva tornare a casa sua per cena.

Si è rimesso il giubbino e nel farlo ho sentito le cerniere emettere un gemito; ho temuto una esplosione e immaginato lo zippo saettare nell’aria. Tutto bene; insaccato a dovere, l’ho visto mettersi a cavalcioni del triciclo K 1000 (o 1200?), girare sulla stradina puntellandosi con gli stivaletti da motociclista, neri anch’essi, ovvio, e infine, udito lo schiocco secco della marcia che ingrana, mi è rimasta nelle orecchie la musica celestiale del boxer BMW che, anche per i non motociclisti doc, rappresenta, credo, uno dei massimi piaceri dell’andar su due ruote. Ciao Peter, alle prossime. PROSIT!

 

L’angolo di Peter

Un bar si sa è un “locale pubblico”. Cioè un posto che è di tutti, e dove tutti, se non c’è un cartello ben in evidenza con scritto “Privato”, possono scegliere dove sedersi e con chi (sempre che ci sia posto!!!).

Il “Cafè du desert”, essendo dislocato in un posto non molto frequentato, all’ombra della grande duna e all’incrocio di piste sempre meno frequentate, vuoi per i timori che le recenti rivoluzioni gelsominiche hanno suscitato negli ardimentosi viaggiatori post-moderni, vuoi per i morsi della crisi che stanno tagliando anche i panettoni natalizi, mantiene la porta-che-non-c’è e i suoi 4 tavoli e le sue 16 sedie spaiate.

Ci sono anche degli sgabelli, costruiti artigianalmente dal cugino di Ahmed, il caposala (autonominatosi ora indaffarato in traffici non sempre leciti, ehm, le turbolenze ambientali fanno emergere di queste cose) addossati al bancone dove l’oste, in verità, non ha più molto da fare se non ripassarne ritualmente la superficie dalle immaginarie gocce  e dai cerchi lasciati dai bicchierini del thè.

Si ricorda bene, l’oste, che fino ad un anno fa, appena dopo l’apertura del locale, cioè appena il sole scavalcata la cresta della grande duna, inondava il locale entrando dalla porta-che-non-c’è e lanciava una lama di luce su “quel” tavolo. “Quel” tavolo che, spesso era già occupato dalla presenza del Presidente, notoriamente slegato dalle scansioni temporali dei comuni mortali, per cui il giorno era notte e la notte pomeriggio o mattino, non importa…

“Quel” tavolo, nell’angolo a sinistra per chi entra, lo riempiva tutto con la sua mole e a fatica ci poteva appoggiare sopra un  caffè un’altra persona, poichè c’erano i suoi due-tre telefoni, le chiavi della Lizzy, le arance o i datteri che gli procuravo io, se stagione….

Ora, ho deciso che “quel” tavolo verrà ritirato dal normale e “libero” utilizzo degli avventori-avventurosi; un pò come si fa quando muore un campione sportivo, uno vero, e la sua maglia e il suo numero non potranno più essere indossati  da altri, poichè nessuno potrà prenderne il posto.

E Peter, campione lo era, non provatevi a contraddire l’oste!

Uno che di battaglie ne accendeva una al giorno, anche con se stesso, le vinceva e le perdeva, ma sempre con la classe del campione.

Quindi, d’ora in avanti, a quel tavolo potrà sedere solo chi avrà qualcosa da scrivere e da dire su di lui; l’oste intende così cominciare a raccogliere il maggior numero possibile di ritratti, aspetti, ricordi, episodi che lo riguardino.

In quell‘angolo e a quel tavolo, insomma, l’oste intende ricostruire la biografia, scritta a cento mani da tutti quelli che, nel bene o nel male, hanno avuto la fortuna di incrociare nel Peter Komanns, tetesco di Napoli, brianzolo per caso e africano per scelta.

Per cominciare, questa mattina è entrata e là si è seduta Daniela, e questo è il primo ritrattino che inaugura quella che l’oste spera possa divenire una lunga raccolta in grado di dare un’idea di quanto complessa fosse la personalità di Peter, il nostro “capitano”!